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Cosa
è successo nel frattempo?
Quale percorso ha condotto ad utilizzare in chiave comunque riduttiva
un copricapo dalla foggia, assolutamente analoga al berretto del
tardo ottocento noto e diffuso in tutta Europa, anche se probabilmente
nato in area britannica?
Alcune referenze, di carattere tecnico-funzionale, sull'oggetto
che in Sicilia è "coppola" ma non è in realtà
che una "driving cup", le deduciamo da una descrizione
del recente testo "L'eleganza maschile" di Giorgio Mendicini:
"The driving cup, ossia il berretto per guidare, è un
modello morbido di stoffa, generalmente di tweed, che fece la sua
comparsa all'inizio del secolo, parallelamente alla diffusione delle
automobili, che nei tempi eroici erano decapottabili. Era infatti
l'ideale per chi guidava perchè, mentre gli altri cappelli
tendevano a volare via, il berretto rimaneva ben saldo sulla testa.
La visiera aveva poi una funzione pratica: proteggeva gli occhi
dai raggi solari o, in caso di emergenza, le lenti degli occhiali
dalle gocce di pioggia".
Un
accenno interessante alla coppola viene fatto da Oreste Lo Valvo
nel suo "La vita a Palermo trenta e più anni fa",
edito da Biondo nel 1907: "Sino a trent'anni fa (e scivoliamo
così alla seconda metà dell'ottocento), il costume
di rigore era "a coppola" per il popolano e "a birritta"
p'u viddanu. L'uso della coppola e l'assenza del cappello non era
sempre oggetto di miseria, ma espresso e volontario distintivo di
classe. Il copricapo era, ad esempio, considerato uno strumento
di distinzione fra il basso ceto ed i civili, tant'è vero
che questi erano soprannominati "cappieddi". Il diritto
di portare il cappello era esclusivamente dei signori e l'abolizione
di questo strano privilegio si verificò solo "quanno
u mastru", dopo lunga riluttanza, trovò il coraggio
di foggiarsi a persona civile".
Per quanto impregnate di una nostalgia assoluta, le pagine di Lo
Valvo esprimono con chiarezza il carattere distintivo della coppola,
il copricapo del popolo, ma mai quello dei "viddani".
Nel suo "Quando un secolo durava cent'anni" Roberto Volpes,
facendo riferimento alla fine dell'Ottocento, affermava "permanevano
altre differenze nel modo di vestirsi: agli uomini dei primi due
ceti (l'aristocrazia ed il ceto civile, assimilabile con qualche
differenza alla borghesia) erano riservati cappello, guanti, bastone,
ed alle donne, oltre al cappello, manizzi, ventaglio, occhialino;
nel terzo ceto (i contadini, i servi) l'uomo si copriva c'a coppula
e la donna c'u sciallu".
Era
il berretto dei cittadini delle classi umili, forse legato alla
riproduzione/emulazione del copricapo che, proprio alla fine dell'Ottocento,
si diffondeva dal Regno Unito in tutta Europa, e poi, attraverso
i contestuali flussi di emigrazione, in America.
La connotazione sociale, peraltro, non è apparsa univoca
nel tempo, lungo l'ultimo secolo.
Mentre le foto "Alinari" insistono nel presentare come
utenti della coppola i cittadini delle classi umili, mentre i borghesi
amano farsi ritrarre con bombette, pagliette, è nel contempo
frequente ritrovare, sia pure in posa di "gentleman farmer"
Vincenzo Florio, esponente del ceto più elevato in Sicilia,
con la coppola nera sulle tribune della "sua" Targa. Il
che amplia e complica l'analisi, visto che l'utilizzo della coppola
in quel contesto riporta all'utilizzo ed alla funzione "tecnica"
di un capo d'abbigliamento sportivo.
Tra i principali cappellai palermitani operanti nell'ultimo decennio
del diciannovesimo secolo, Vincenzo Albano, Giuseppe Garufo, Girolamo
Garufo e Cesare La Farina, erano tutti forniti di bottega in via
Vittorio Emanuele.
I principali berrettai, invece, si trovavano nel quartiere Lattarini.
Il più celebre alla fine del secolo, Giuseppe Genovese, aveva
il suo negozio al n° 50 della via Grande Lattarini.
Tratto liberamente dall'articolo di Salvatore Savoia (Catalogo
mostra "Tanto di coppola")
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