"Coppola", "birrittu" o varianti quali "cuppulinu" e "cuppuluni", "birrittinu" e "birrittuni".
Il primo è sicuramente uno dei più antichi riferimenti al copricapo siciliano, del quale non si fa comunque alcuna descrizione o si consente alcuna identificazione sociale di riferimento.
Il cappello borghese per eccellenza sarà, per buona parte dell'Ottocento, duro e con alta cupola cilindrica, influenzato insieme dalle mode all'inglese e dai sentimenti repubblicani ed antiaristocratici.
La parola "coppola" riconduce certamente al concetto di capo, testa, "kopf" in tedesco, "cup" in inglese, lasciando intendere un collegamento estremamente essenziale, quasi naturale, alla sua funzione di copertura del capo. Un collegamento che non ha bisogno neppure di un nome, che non è neppure legato alla forma, al materiale adoperato o alla diffusione del nome derivante dal marchio più celebre.
Anche nella iconografia più nota e più banale, il siciliano dei campi di allora non si copre il capo con la coppola. E' molto recente l'immagine e lo stereotipo dell'uomo dell'entroterra siciliano con la coppola nera. In realtà nè l'abito della festa nè quello del lavoro fanno riferimento al berretto che oggi chiamiamo coppola.
Le rappresentazioni di entrambi gli abbigliamenti, assai diversi tra loro, mostrano l'uso di copricapi riconducibili al fez orientale, sovente arricchiti o decorati dal "giummu" (una sorta di nastro/pennacchio) che scende sulla spalla, o descrivono berretti assai primitivi, dei quali Giuseppe Pitrè fa un'attenta descrizione nel volume "La famiglia, la casa, la vita del popolo siciliano" tratto dalla sua monumentale biblioteca delle tradizioni popolari siciliane.
In realtà, lo strumento di protezione del capo dalle intemperie è stato soprattutto una sorta di mantello, provvisto di tistera, che pur coprendo la testa, lasciava libero il viso. Ed è lo stesso Pitrè a rilevare che " molto si è detto da dilettanti di sociologia e da facili giudici non siciliani circa questo cappotto; ed alcuni ne ha fatto una medesima cosa col costume del brigante, e segnacolo di "malandrinaggio". La stessa osservazione si potrebbe facilmente riprodurre oggi a proposito dell'equazione coppola-mafia.
Ancora Pitrè, nel descrivere gli antichi mestieri, fa cenno ai costumi che distinguevano i diversi mestieri: il cacciatore, l'acquaiolo, il fragolaro palermitano [...] tutti con l'antico berretto di lana. Ma è il venditore ambulante, spesso sceso a Palermo dalla vicina Monreale, a dare lo spunto a Pitrè per fare un cenno alla coppola: "I venditori di Monreale sono tipici per Palermo, e lo sarebbero ancor più se all'antico berretto, rimasto solo ad uno o due di essi, ribelli ad ogni novità, non fosse stata sostituita la coppula, che è l'unica innovazione d'una trentina d'anni qua". Anche a proposito dello scuparu, il venditore ambulante di scope che ogni mattina raggiunge Palermo [...], Pitrè fa un accenno all'abito indossato: "Se ne togli la coppula, che una volta era birritta, il suo costume è il più ovvio delle nostre contrade".
Qualche curiosità sulla parola "coppola", a conferma del suo antico utilizzo quale sinonimo di berretto: il personaggio della "cummari di coppula", la giovane donna che riceve dalla puerpera il berrettino che il neonato aveva in testa durante il battesimo e, lavatolo, lo restituisce insieme con un altro nuovo elegantemente guarnito.
Nelle descrizioni delle feste di campagna di una Sicilia di maniera, presenti, ad esempio, nella cinematografia del primo novecento, allorchè si tenta di riprodurre una scena ottocentesca, nessuno dei personaggi utilizza questo copricapo, anche quando (sintomatico è il caso de "L'aria del continente" per la regia di Righelli con Angelo Musco) si desidera celebrare o comunque descrivere un mondo rurale, incontaminato e rappresentare una sorta di ritorno alle origini. Al contrario, è solo dopo, quando lo stereotipo è stato diffuso, che (per esempio, nel film "Il Siciliano" di Lattuada) al protagonista maschile, un efficace Alberto Sordi emigrato a Milano e ritornato in Sicilia, si offre, quale emblema del rito di riconciliazione con la terra d'origine, proprio la coppola, che già si presenta come un segno di mafia.

Tratto liberamente dall'articolo di Salvatore Savoia (Catalogo mostra "Tanto di coppola")